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Dès qu'il a lu son Histoire des Girondins, une oeuvre publiée en 1847, très orientée vers le Romantisme et la Révolution, Borghetti est un grand admirateur de d'Alphonse de Lamartine. En plus d'une philosophie politique républicaine, ils partagent le même esprit poétique et romantique. En 1848 il lui dédie un canto lirico, que Lamartine a suffisament apprecié pour remercier l'auteur avec les mots suivants:
« Monsieur, jamais la langue italienne n’avait renfermé mon nom dans de si beaux vers, ni élevé sur des strophes si ailées l’humble renommée d’un Poète. Il me serait impossible de ne pas vous le dire malgré la multiplicité de mes occupations. Mon oreille reste toujours ouverte aux chants lointains de la bienveillance, et le coeur toujours ouvert aussi à l’amitié, la vôtre s’est rendue immortelle dans ma mémoire. » [6]

A
Lamartine

canto lirico

I

Quando il torrente rapido
    Degli anni fuggirà,
    E serie d’altri secoli
    Dal tempo emergerà,
    Bello d’immensa aureola
    Di gloria immacolata
    II nome tuo magnanimo
    Nella remota tenebra,
    D’etade ancor non nata,
    Superbo iraggierà.
D’uom non avvezzo a sciogliere
    Il labbro a facil Iode,
    A te non spiaccia accogliere
    La libera melode,
    Nata sui balzi floridi
    De’miei superbi monti,
    Che allo stellato empiro
    Innalzano le fronti,
    E dopo immenso giro,
    Di dileguate età,
    Stanno con lungo gemito
    Chiamando Libertà,
Della mia Lira il suono
    Giammai non echeggiò,
    Ai piè d’odiato trono,
    Nè premj vi cercò. -
    Di melodie fantastiche
    Solo s’innamorò,
    Pei mondi all’uomo incogniti
    Pellegrinando andò;
    O fra gli avelli taciti
    Solinga discendea,
    E l’onorata polvere
    Interrogar godea
    Dei trapassati Eroi,
    Delle fuggite età,
    O fur gli accordi suoi
    Nel turpe inetto secolo
    Sferza alla rea tirannide,
    Sospiri a Libertà.
Ma tu mi scuoti: - il fulgido
    Raggio che te circonda,
    Di pure e sante immagini
    II mio pensiero inonda:
    Involontario fremito
    D’insolita armonia,
    Del tuo gran nome al sonito,
    Manda la Lira mia,
    E l’inspirata mente
    Vibrar per l’aere sente
    Celesti arcane note,
    Di santa melodia...
    Ah! tutto è Poesia
    O grande intorno a te.
II
Dai reconditi campi del mistero,
    Ove l’occhio dell’uomo andar non può,
Volge l’eterno l’immortal pensiero,
    Agli infiniti mondi ch’ei creò:

E del tempo, nei torbidi torrenti,
    Vede balzar i secoli, e l’età,
E vasti imperi, e nazion possenti,
    Seppellirsi nel mar d’eternità.

Monti alzarsi d’arena inospitale
    Mira, sui lidi, ove Città fiorir,
E schiatte immense d’uomini, sull’ale
    Assidersi dei secoli, e fuggir.

L’Eterna lotta di contrarj eventi,
    Sola del volgo umano eredità,
E le varie fortune, e gl’ardimenti,
    Di colui, che tant’osa e nulla sa,

Lo spirto onniveggente del creato,
    Muto e pensoso contemplando sta,
E di cotanta plebe, il vario fato
    Sulla gran lance equilibrando va.

Quando de’vizj nella rea bufèra,
    Che il Genio della morte concitò,
Vede qual sole in tempestosa sera
    Perir quel raggio, ch’ei nell’uom soffiò;

E d’ogni mal nella marèa funesta,
    Affondarsi il naviglio popular,
Dagli alti suoi misteri alza la testa,
    E in tutto il suo splendor ai Cieli appar.

Al balenar de’raggi onnipossenti,
    Ove nuotando eternamente sta,
S’empion di nuova luce i firmamenti,
    Di vita i campi dell’Eternità:

E a se chiamata la beata schiera
    Di cui l’arcato empireo popolò,
Che vaga incorruttibile, e leggiera,
    Pe’colli ov’ il sol mai non tramontò;

Scelto quant’avvi di più puro e santo
    In quella turba angelica, immortal,
Vola, gli dice, alla magïon del pianto,
    Ed informa colà spoglia mortal.

Ergi l’Altar delle sublimi cose,
    Che dalla colpa rovesciato fu;
Edùca in quelle bolgie tenebrose,
    Il santissimo fior della virtù:

Squarcia del secol vile il fosco velo,
    In cui l’avvolse l’angiolo del mal;
Cinto de’raggi, ond’è sì bello il Cielo,
    Ti contempli l’attonito mortal.

Si desti il mondo a luminosa vita,
    Sorga dal fango la codarda età,
E la stirpe dell’uomo imbastardita
    Scuota l’ignavia, che sì vil la fa.

Nel secol nostro, o santa creatura,
    L’un di quei divi spiriti sei tu,
Dei colli eterni l’alma tua sì pura,
    Pria della terra, abitatrice fu.

È tanto il raggio che tua mente inonda,
    Ch’opra del cieco mondo essor non può;
Arcana forza sull’umana sponda
    Per fine imperscrutabil t’inviò.

III
Nell’ora che il sole declina morente
    Sul balzo turchino del chiar’occidente,
    E l’ultimo bacio depone sui fior,
Solingo m’assido sul colle romito:
    Contemplo de’mari l’azzur’infinito,
    De’Cieli sereni la luce che muor.
Sui vanni dorati di sogni, e misteri,
    Che intender non sanno volgari pensieri,
    M’involo lontano dal cerchio terren.
Per mondi novelli, la mente smarrita,
    Da arcane melodi si sente rapita,
    L’obblio della vita - mi scende nel sen.
        - Salve o bardo avventurato
            Certo un angelo t’inspira!
            Tutto il Cielo s’è traslato,
            Ne’concerti di tua Lira:
            Sol tu puoi coi cari suoni,
            Di celesti illusïoni
            La mia mente inebbrïar.
        Io de’Ciel con te m’aggiro,
            Sulle sfere ogn’or ridenti,
            Fra le curve dell’Empiro,
            Pei stellati firmamenti;
            Varco incognite colline,
            Orizzonti senza fine,
            Nuolvi laghi, e nuovi mar.
        Dappertutto io ti ritrovo,
            O divino messaggiero:
            Sempre grande e sempre nuovo,
            Tu t’affacci al mio pensiero,
            Soavissima risuona,
            L’ineffabil tua canzona,
            Nei recessi del mio cor.
        L’Universo è tuo domino:
            In te tutto si transfonde.
            Al tuo cantico divino
            Ogni musica risponde:
            La tua vasta fantasìa,
            Si fa propria ogni armonia
            Dei celesti trovator.
        Maestoso a me ti sveli
            Nelle gioje del creato;
            Ti contemplo là de’cieli,
            Per l’azzurro interminato,
            Nella spoglia dell’aprile
            E nel murmure gentile
            Di tranquillo fiumicel.
        Melanconico ti sento
            Nel sussurro delle fronde;
            Nella lieve ala del vento,
            Che scherzando va coll’onde;
            Sei nell’alba rugiadosa,
            Nei colori della rosa,
            Nella nota dell’augel.
        Nella calma ti ravviso
            Della placida laguna,
            Delle stelle nel sorriso,
            Negli argenti delta luna,
            Nello scroscio del torrente,
            Della limpida sorgente
            Nel continuo lamentar,
        Del mattino io ti saluto
            Nel bel raggio avvivatore,
            Nell’armonico liùto
            Del notturno trovatore,
            Ne’silenzi, nel secreti
            Della notte, dei pianeti
            Nel perpetuo scintillar.
Finchè il mondo avrà un palpito di vita
    E che il senso del bel conserverà,
In estasi gentil sarà rapita
    Ogn’alma che il tuo canto ascolterà.
IV
Il secol che ascendo andò sull’ale
            D’una gloria immortale,
E balzò nella polvere cruenta,
            Gridando libertade,
            I tiranni del mondo,
            Balzato era net fondo
            D’un abisso fatale,
E là sorbiva il micidial veleno,
Che il vizio immondo gli versava in seno.
Il Genio della Francia, a cui dal fato
            Tanto raggio fu dato,
            Fu da ciurmaglia infame
Capovolto nel fango, e trafficato.
Vergogna e scelleranza, erser la fronte
            Sulle franche contrade,
            E alzar trono esecrando
            Al lucro e alla viltade. -
Virtude e Libertà, sante sorelle,
            Fur derise e neglette,
Avvilite sferzate e maledette,
E poscia fur dai rei cacciate in bando.
Allor dai regni Eterni delle stelle,
Visto fato sì atroce e miserando
Torse Brenno lo sguardo, e ruppe il brando.
Si vide allor fra noi quanto nel mondo,
            Fu di sozzo e d’immondo,
Nei tempi i più codardi ed infelici.
Emerse dall’inferno orrido nembo
D’infamie e colpe, e fù più reo di quello
            Che stracciò a Roma il lembo,
E spogliata gitolla in turpe avello:
Del reo poter, che avea di Francia il fato
            Avvilito, sfregiato,
            E sepolto nel lezzo,
Si fer compagne ed impudenti drude.
D’ogni cosa gentil fra tanto sprezzo,
E fra tante laïdezze, oscene, e nude,
II pudor santo si fe’ agl’occhj un velo,
Coi vanni d’oro, e rifuggissi in Cielo.
Il rio stuol dei potenti a cui virtude,
            Deità deturpata,
Avea volta la fronte immacolata,
Mercando andaro in vergognosa gara,
            Titoli, e servitude,
E la corruzion, nefanda dea,
Vittime, altari, e sacerdoti avea.
Acceso, allora, di magnanim’ira
            Deponesti la lira,
            E sui rostri salito,
            Demostene novello,
Fulminasti cotanto vitupero
            Colla voce del vero.
E plause Francia e sbigottissi il soglio,
D’ogni vergogna divenuto ostello.
            Il tuo parlar gagliardo,
Entrava in sen, de’figli dell’orgoglio,
            Come infuocato dardo.
            Il Mostro incoronato
Ti guardà bieco, e morse ambe le labbia,
E divorò la prepotente rabbia,
Che nel sen, d’ogni colpa rea macchiato,
Gli traboccò qual torbido torrente
            Di lava ardente.
Contro te, contro Francia, e i generosi,
Che il sentier dell’onor teco seguiro,
Fur visti congiurar tutti gli esosi,
            Oridi e sconci mostri,
Quali non vider mai, che i tempi nostri,
E baldanzosi offriro in turpe agone,
Alla virtude micidial tenzone.
Ma stanca alfin di Dio la sofferenza,
            Pronunciò la sentenza,
Terribile, fatal, contro la rea
            Incoronata stirpe,
            E a caratteri ardenti
In ogni cor non vile ei la scrivea.
Allor, siccome al tempestar dei venti,
            I suoi vortici algosi,
Nel suo furor solleva l’Ocèano,
            Vedesti immensa schiera,
            Del gran popol sovrano,
Alzar la fronte minacciosa altera,
            E rovesciarsi fiera
            Nell’ira sua tremenda,
            Sull’abborrito trono,
            A cui più omai non resta,
Nel cozzo orrendo di cotal tempesta
Speranza di salvezza, e di perdono.
Spiega Giustizia la fatal bandiera
            Fra le calde rovine,
            Dell’ire cittadine,
E le stragi, e i cadaveri, dov’era
            Poc’anzi il soglio,
            Ebbro d’ira e d’orgoglio,
E la pianta invincibile e possente,
Ove scorre di sangue ampio torrente.
Fra ’l furor, lo spavento, e lo scompiglio,
            Il tumulto, il periglio,
Del popol minaccioso e trionfante,
            Sorgesti qual Gigante. -
L’angiol di Francia t’iraggiava in fronte,
E da’tuoi labbri così largo usciva,
E sì possente d’eloquenza il fonte,
Che l’onda popolar, qual Dio, t’udiva.
            Per te dolce scendea
Nel turbinìo della fatal procella,
            Calma serena e bella. -
Dalle sfere lucenti allor sciogliea
Vol placido, e gentile augusta Dea,
Che nel volto sublime, e maestoso,
Tutta dei cieli la grandezza avea.
E s’inchinaro i popoli redenti,
            Alla formosa Donna,
Che dopo volto il tergo, a Sparta, a Atene,
            E a la possente Roma,
Fra il pianto, e le miserie dei viventi,
            E le orrendo catene,
Delta terra schernita, oppressa, e doma,
            Col suo divin sembiante,
In cui, tanta di ciel bellezza ride,
Le genti a confortar più non si vide.
Or che fuggì per sanguinosa via
            La orrenda tirannìa,
E fe’ ritorno a noi la sua mortale,
            Sospirata nemica
O grande almen, non sia
            Il suo reddir fra noi,
Una menzogna, un’illusion fatale,
            Un abisso profondo
Schiuso, a inghiottir tanto sospir del mondo!
Le sue grandi speranze in te ripose,
La Patria nostra, nel fatal momento,
            Onde il trono fu spento.
O magnanimo spirto, a te son noti
            Tutti i nemici suoi, -
Codardi avanzi di possanza rea,
No son fratelli a un popolo d’Eroi.
Se nel dì del trionfo, ei furon vinti,
            Non rimasero estinti,
E stan covando in mente odj e disdegni,
E speranze colpevoli, e disegni
Di nefandi trionfi, e di rovine,
            E appagati rancori,
Quai forse l’universo mai non vide,
Nelle fatali età de’suoi furori.
Già già sbuca dall’ombre il sozzo sciame,
Che porta in fronte audacemente scritto,
            Il reo progetto infame,
            Del maturo delitto:
Non fia però ch’egli si compia mai. -
            La Patria ardir novello,
Nel nembo troverà de suoi perigli;
            Di Libertade i figli,
Se sanno perdonar, pur anco sanno
Punir, se astretti a tanto un dì saranno.
Se sui rottami dell’infranto trono,
            Dispiegaro il vessillo,
            Di Pace e di perdono,
Quello delle vendette innalzeranno.
            E allor!... Sui fati suoi
Non dorme ancor, la schiatta degl’Eroi. -
Ma tu che tanto puoi spirto sovrano,
            Con quel parlar, che invano
            Mai non suona a ch’il sente,
            Gl’odj tremendi attùta,
E disperder ti attenta i rei disegni,
D’una turba funesta e sconsigliata,
            A reo poter venduta,
            A vil servaggio nata.
            Ma se tutto fia vano,
E se destar n’è forza i nostri sdegni,
Apprenda alfin quella ciurmaglia stolta,
Che scendemmo a pugnar l’ultima volta.
Bastia, giugno 1848.
index



A SUA MAESTA

VITTORIO EMMANUELE II,

RE DI SARDEGNA EC. EC.


ODE


DI G. P. BORGHETTI.

 

 


---


 

 

BASTIA
TIPOGRAFIA FABIANI.
---
1859.


La lettera che segue è troppo onorevole per l'Autore
    perch'egli non si faccia un pregio di pubblicarla uni-
    tamente all'Ode che diè occasione di scriverla.


(GABINETTO PARTICOLARE DI S. M.)



                                    Torino addi 16 febbraio 1859.


            ILLUSTRISSIMO SIGNORE,


    I sentimenti di devozione e di patrio affetto, dai quali fu
inspirata la di lei Ode, testè fatta pervenire a S. M., non
poterono a meno di conciliare l'attenzione della M. S.; la
quale perciò fu in grado di apprezzarne il merito. Degnossi
quindi la medesima mostrarsi grata a tale di lei omaggio,
e volle che fossero resi alla S. V. Illma li ben dovuti rin-
graziamenti. Io compio con premura a sì gradito ufficio,
ed ho il pregio di attestarle, Signor Dottore, i sensi della
mia particolar considerazione.


                                    Il Ministro della casa del Re,


                                                NIGRA.


    Illmo Sig. Dottore G. P. Borghetti, già membro del Consiglio generale della Corsica.


A SUA MAESTA

VITTORIO EMMANUELE II,

RE DI SARDEGNA EC. EC.


ODE.

Al tornar Una, il primo vol fia quello.
(VITTORIO ALFIERI.)
Sciolta la chioma, squallida
    La guancia, e gonfio il ciglio
    D'amaro pianto, e lacero
    Il sen da fero artiglio,
    Italia, o Re, protende
    A te le braccia, e attende
    Sollievo al suo dolor.
È tanto lungo il secolo
    Che sulla fronte bella
    Con furia rea le turbina
    Una fatal procella!
    Tanta è l'età che invano
    Aspetta ultrice mano
    L'angoscia del suo cor!
Tutto ella bevve il calice
    Della sventura, e s'anco
    Per morte a così torbido
    Fato non venne manco,
    Troppo il vigor possente
    Fu che l'Eterna Mente
    Nel seno le soffiò.
Or tutte in se raccoglie
    Le forze sparte, e il volto
    Acceso d'ira indomita,
    All'Eridàn rivolto,
    Solo un tuo cenno aspetta
    A compier la vendetta
    Che il secol maturò.
Dall'Etna all'Alpi gelide,
    Cupo, incessante, fero,
    Un disdegnoso fremito
    Minaccia lo straniero,
    E ogni altro reo tiranno
    Che alzò la fronte a danno
    Dell'ltalo splendor.
Sempre fia grande Italia
    Se al campo scende unita ;
    Sempre immortal se un'unica
    Corona in essa ha vita :
    Nell'universo prima,
    Se avvien che non opprima
    Chi fia di lei Signor.
Nel mondo non fu gloria
    Pari alla tua verace,
    Se la speranza Italica
    Non rendi, o Re, fallace.
    L'Adda, la Brenta, l'Arno,
    E la Sirena, indarno
    Non fien rivolti a Te!
Oh! Tu, che rendi un popolo
    Per Libertà beato,
    lncedi ardito, compiasi
    Della tua Patria il fato :
    Di Giano apri le porte,
    Sii duce invitto e forte,
    Sii dell'ltalia Re !
Quella che calchi è polvere
    Di Grandi : - in lor t'inspira.
    Piomba sul seme barbaro
    Con quella fervid'ira
    Che sul Lombardo piano
    Fiaccò l'orgoglio insano
    Del Svevo lmperator.
Ai tuoi trionfi attonito
    ll secolo beffardo,
    Dalla sua turpe ignavia
    Rivolga a te lo sguardo :
    Miri lo stolto alfine,
    Che nelle sue ruine,
    Italia è grande ancor.
La tua bandiera, simbolo
    Di Libertà, di Gloria,
    Dall'Alpe all'onda sicula
    Fia simbol di vittoria,
    Se impavido non nieghi
    Che in campo ella si spieghi
    Per l'Itala Unità.
Il vecchio mondo, immobile,
    Tien sul tuo brando il ciglio.
    O Re, Te non disanimi
    Improvvido consiglio
    Di strage o di ruina :
    Getta la sua guaina
    E Italia a te sarà.
Talasani, febbrajo 1859.
index


Le 8 avril 1866, le gouvernement italien a signé une alliance militaire avec la Prusse contre l'Empire autrichien, qui à l'époque, gouvernait encore la province de Vénétie, y compris la ville de Venise. Inno di Guerra, écrit le mois suivant, est un vibrant appel aux armes dans lequel Borghetti exhorte les Italiens à faire la guerre et à libérer Venise, sans que l'Italie soit «ni grande ni libre». Il a été publié le 23 juin 1866, qui était non seulement le 50e anniversaire de Borghetti mais aussi le jour où l'Italie a commencé ses opérations militaires contre l'Autriche, après avoir déclaré la guerre quatre jours plus tôt. Cela a marqué le début de la troisième guerre d'indépendance italienne, qui a finalement abouti au rattachement de la province de Vénétie à l'Italie nouvellement unifiée.
Inno di Guerra
    Italiani ! Italiani a che state ?
Tutti uniti sul Mincio volate ;
A feroce duello, e fia l'ultimo,
Là vi chiama il Tedesco furor.
    lmpugnata animosi la spada ;
Al furente chiudete la strada :
Fate siepe tremenda, terribile,
Contro l'ira dell'empio oppressor.
    Se l'ltalia non chiude le porte
Alla barbara orrenda coorte,
Fia per sempre sommersa nel pelago,
Nell'infamia di vil servitù.
    Italiani ! in quest'ora suprema,
È fatale ogni istante di tema ;
Guerra, guerra ! - De'figli di Romolo
Si ridesti l'antica virtù.
    Pari ad ala di torbido vento
Turbinate nel fero cimento ;
Trovi morte, ruina, sterminio
Chi ruina e sterminio sognò.
    Libertà co'suoi fulgidi vanni
Folgoreggi sul ciglio ai tiranni ;
Del servaggio chi nacque alla tenebra,
A tal luce resister non può.
    Siate uniti nel santo desio
Di difendere il dono di Dio :
Ei fe' vostra la terrra che cherchiano
L'Alpi e l'onda del cerulo mar.
    Oh! la Patria saravvi rapita
Finchè un soffio vi resta di vita ?
Dal Cenisio all'estrema Trinacria
Guerra, guerra! s'ascolti echeggiar.
    Tutti in armi alla pugna volate ;
Campi, ville, cittadi lasciate ;
Tempo è d'ira e di sangue ! - la Patria
Mai non ebbe periglio maggior.
    Morte! morte o compiuto riscatto,
Sia di tutti la voce ed il patto :
Chi nol giura abbia marchio d'infamia,
La bestemmia del prode che muor.
    Guerra, guerra ! vendetta, vendetta !
È Venezia che chiama ed aspetta ;
È Venezia la donna miserrima
Conculcata da Vandalo piè.
    Oh ! sia tosto nel sangue lavato
Quest'obbrobrio dell'Italo fato :
Non è Italia nè grande nè libera
Finchè salva Venezia non è.
    Mai più santa la voce di guerra
Non suonò sovra l'Itala terra ;
Come a voce tremenda d'Arcangelo
Accorrete sul campo a pugnar.
    Prodi figli di splendidi eroi,
Se si compia tant'opra da voi,
Benedetti sarete ne'secoli
Della Patria sui liberi altar.

 

Talasani, maggio 1866.

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Écrit en memoire de la mort de son fils Eugenio (Eugène), né à Talasani le 19/08/1848, mort à Talasani le 09/10/1868, [9] ce poème a été publié pour la première fois dans L'Aigle Corse le 5 Janvier 1869, précédé par les mots suivants:

Alfred de Musset dit :

    Les plus désespérés sont les chants les plus beaux,
    Et j'en sais d'immortels qui sont de purs sanglots.

C'est là sans doute qu'est le secret de l'émotion profonde qui se communique à la lecture de la pièce suivante que la mort de son fils a inspiré à notre collaborateur M. Borghetti.

 

In morte di mio figlio Eugenio    En memoire de la mort de mon fils Eugène

Oh speranze della terra!
Voi finite in un avel
- Giovanni Prati
Oh, espoirs de la terre !
Vous terminez dans un cercueil
- Giovanni Prati
Vent’anni, a me pareano
Il florido mattino
Della tua vita e il termine
Eran del tuo cammino!
Erano foglie squallide
E a me pareano fior,
Non raggi ma crepuscoli
Di sepolcrale orror.
Vingt ans me semblaient
La matinée resplendissante
De ta vie, et la fin
Etait sur ton chemin !
Il y avait des feuilles désolées
Qui me semblaient des fleurs,
Pas des rayons, mais des crépuscules
D’horreur sépulcrale.

Vent’anni! Oh! se le barbare
Leggi di nostra sorte,
Prescritto, o caro, aveano
D’alcun di noi la morte,
Non era a te di sciogliere
Ad altri mondi il vol
Tu nuovo giunto e cognito
Appena al nostro suol.
Vingt ans ! Oh ! Si les barbares
Lois de notre destin,
Oh ! cheri !, avaient prescrit
La mort pour l’un d’entre nous,
Ce n’était pas à toi de te résoudre
A la volonté d’autres mondes
Toi à peine joint et connu
Sur notre terre.

Io, fatto men dagli anni
Che dal dolor canuto
Tronco, dai neri vanni
Del nembo ognor battuto
A cui più nulla resta
Nel mondo da partir,
Io sol dovea da questa
Infausta valle uscir
Moi, devenu chenu, moins par les années
Que par la douleur,
Tronc aux ailes noires
Battu à tout moment par les nuages
A qui il ne reste plus rien
Dans le monde que partir,
Moi seul, je devais sortir
De cette funeste vallée.

A te la vita ancora
Non fu che un bel sorriso
Una ridente aurora
Un fior di paradiso:
Nel tuo bel cielo mai
Nube non apparì
Ad adombrare i rai
Del tuo sereno dì.
A toi, la vie ne fut encore
Qu’un beau sourire
Une aurore riante
Une fleur de paradis :
Dans ton beau ciel, jamais
Nuage n’apparut
Pour voiler les rayons
De ta sereine journée.

Qual pellegrin che naviga
Ne’ dì di primavera
L’onde d’un lago cerulo
Lunghesso la costiera :
Sugl’improvisi margini
Ove approdando va
I sguardi suoi non trovano
Che vaste amenità.
Ce pèlerin qui navigue
Aux jours de printemps
Sur les ondes d’un lac céruléen
Le long de la côte,
Il va sur les rives imprévues
Où, en abordant,
Ses regards ne trouvent
Que de vastes attraits.

Lieti così volavano
Della tua vita i giorni
Di pure e caste immagini
Soavemente adorni.
De’ nembi inconsapevole
L’anima tua gentil
S’inebbriò de’ balsami
D’un lusinghiero april.
Ainsi volaient heureux
Les jours de ta vie
Suavement parés d’images
Pures et chastes.
De nuages inconscients,
Ton âme gentille
S’enivrait des baumes
D’un avril flatteur .

Ed io con alto orgoglio
Mirai la tua possente
Natura, e il bel rigoglio
Di gioventù crescente;
E l’intelletto raro
E il vigoroso ardir
M’eran presagio chiaro
Di spiendido avvenir.
Et moi, avec un immense orgueil
J’admirais ta puissante
Nature et le bel épanouissement
D’une jeunesse croissante;
Et l’esprit rare
Et la vigoureuse hardiesse
M’étaient un clair présage
D’un splendide avenir.

Oh fati umani! or nulla
Di tanti pregi resta;
Ier fu la lieta culla,
Oggi la tomba mesta,
Le grazie tue vaniro
L’ingegno e la beltà,
Qual odoroso spiro
Che al ciel nascendo va.
Oh destins humains !
A présent rien ne reste de tant de qualités;
Hier ce fut l’heureux berceau
Aujourd’hui la triste tombe,
Tes grâces devinrent vaines
Le talent et la beauté,
Ce soupir odorant
Qui s’envolent au ciel naissant.

Ma dove andasti? L’angelo
Che al mondo t’ha rapito
In qual serena e placido
Parte dell’infinito
Arcanamente i splendidi
Suoi vanni ripiegò,
E, pago, la bellissima
Anima tua posò?
Mais où es-tu allé ? L’ange
Qui t’a volé au monde,
Dans quelle sereine et placide
Partie de l’infini
Mystérieusement ses splendides
Ailes replia,
Et, satisfait, ta belle
Ame posa ?

Vedi! il mio di precipita
Verso il tramonto; almeno
Quando sarà il mio spirito
D’eternità nel seno,
Ch’io sappia ove rivolgere
L’incerto mio cammino
Onde trovarti ed essere
A te sempre vicino.
Regarde ! Ma journée se précipite
Vers le coucher du soleil ; au moins
Lorsque mon esprit sera
Au sein de l’éternité
Que je sache où diriger
Ma marche incertaine
Afin de te trouver
Et d’être toujours près de toi.

traduction: Chantal André
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Dans ce poème satirique écrit en mars 1869, Gian Paolo Borghetti dit très clairement ce qu'il pense de la plupart des hommes politiques de son temps !
PROFESSION DE FOI POLITIQUE
qui pourrait être celle de bien des candidats, s’il
y avait chez eux plus de franchise et moins
d’hypocrisie.
                                                                        Viva arlecchini
                                                                        E burattini
                                                                        Grandi e piccini.
                                                                                    G. GIUSTI.
Electeurs, voulez-vous m’élire député ?
Vous aurez l’homme habile et l’homme-vérité.
Mais il faut que chacun apprenne à me connaître
Pour que vous ne disiez que je vous prends en traitre.
Avant de confier un si noble mandat
Pesez bien les vertus de votre candidat.
Pas d’équivoque, amis, je veux qu’on apprécie,
En toute liberté, les actes de ma vie ;
Ce que je veux pour vous, ce que je veux pour moi
Mon présent, mon passé, mon principe et ma foi.
Je ne redoute pas l’éclat de la lumière :
Voulez-vous mon portrait ? — Je suis prêt à le faire.
— Le scrupule jamais n’obstrua mon chemin.
Philippiste jadis, plus tard Républicain,
Devenu par calcul ardent Bonapartiste :
Je suis prêt à crier : — Holà ! je suis Carliste.
S’il m’est avantageux, tout système me va,
Celui de Robespierre et celui d’Attila.
Tout est bon, tout me plaît, Athènes, Rome, Sparte,
Marat et Trestaillon, l’Autocrate et la Charte.
De tout drapeau vainqueur dévoué courtisan
Je suis tantôt chrétien, tantôt Mahométan ;
Je serais sans rougir, si c’était nécessaire,
Sans-culotte à Paris, à Stamboul jannissaire.
Si j’exalte aujourd’hui Luther, Huss et Calvin
Pour l’Inquisition je combattrais demain.
Pour ma religion toute cocarde est bonne ;
Celle de Mazzini, du Pape ou de Chiavone ;
S’il s’agit de monter, je dirai ; — Me voilà !
A l’appel de Cromwel, ou de Caligula.
Le progrès social, l’amour de la patrie,
La sainte liberté, l’infame tyrannie,
L’émancipation, ce sont là de ces mots
Creux et vides de sens, inventés pour les sots.
Ma politique à moi c’est d’atteindre l’utile ;
J’abandonne le reste à la foule imbécile.
M’élever aux honneurs par la ruse et par l’art,
Au budget de l’État prendre ma large part ;
C’est là le but constant de toute ma logique,
C’est de tous mes calculs l’argument sans réplique.
Aussi vous me verrez marcher dans le chemin
Des intrigues de cour d’un pas sûr et certain.
Si j’ai peu de talent j’aurai du savoir faire ;
Le renard paraîtra dans l’orateur vulgaire.
En suivant pas à pas d’un regard attentif
Mes évolutions au Corps législatif
Vous verrez si je sais avec peu de mérite
Prendre place au milieu de ces hommes d’élite.
Être toujours en garde et tâtonner toujours ;
Surveiller les départs et songer aux retours.
De chaque événement peser la conséquence ;
Des faits comprométants me tenir à distance,
Ne jamais dire mot au sein du parlement,
Au monde officiel sourire constamment,
Caresser les partis, mais être inébranlable
Tant qu’à Napoléon le sort est favorable.
Mais s’il vient à changer vous me verrez soudain
M’élancer fièrement sur un autre chemin.
Tel je suis, mes amis, telle est ma politique :
Etant l’homme des rois et de la république,
Certain de me trouver toujours du bon côté,
Je suis ce qu’il vous faut, pour votre utilité.
Ainsi votez pour moi. La France sera fière
De saluer en moi votre grand mandataire.
Le Golo, Bastia, 31 mars 1869
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En mai 1869, pour commémorer le centenaire de la bataille de Ponte Novu (dans laquelle son grand-père avait combattu et a été grièvement blessé), il publie, en plusieurs parutions dans l'hebdomadaire bastiais Phare de la Corse, une vaste fresque poétique composée de quatorze canti intitulée Pasquale Paoli.
Pasquale Paoli: Episodio dell'ultima guerra dell'in-dipendenza corsa (Canto IX)
Infelice Patria mia,
Che far libera pensai
Dall'infame tirannia,
Dal furor dello stranier;
Vano fu quanto io sperai
Nel mio sogno lusinghier!

O miei Còrsi, eletti figli,
D'una stirpe sì preclara,
Noi piornbammo negli artigli
Della ignobil servitù;
Quella Patria a noi si cara,
O fratelli! non è più.

Perchè a noi restò la vita
Nel furor della tempesta?
Oh! beati, a cui rapita
Fu sul campo dell'onor!
il destino che ci resta
E destino di dolor.

O sepolcri immacolati
De'miei Padri gloriosi,
Deh! non siate profanati
Dall'altero vincitor!
Nè di questi di nembosi
Giunga fama al vostro cor.

Io vi lascio, o patrii monti,
Verdi colli, e piagge apriche,
O ruscelli e chiari fonti,
Che si belli il cielo fè,
Io vi lascio, o valli amiche,
Qui più asil per me non è.

Io vi lascio: i giorni miei
Son dannati a crudo esiglio;
Ma fra voi che far potrei
Senza Patria e Libertà?
Ma obliar ch'io vi son figlio
La mia mente non potrà.


O miei Còrsi, o miei fratelli,
Che in battaglia io m'ebbi al fianco,
Se un di fia che ancor favelli
La speranza al vostro cuor;
Sebben domo, oppresso e stanco
Dall'esiglio e dal dolor;

Volerò come saetta
Quando il nembo si avvicina:
Questa povera negletta
Che la Patria si chiarmò,
Dalla sua fatal ruina
Sollevar ritenterò.

Voi frattanto il fronte altero
Non curvate a dura sorte;
Sempre abbiate nel pensiero
La perduta Libertà.
Il suo riso vi conforte
Nei rigor di questa età.

Se alla sponda dell'esiglio,
Ove spinto io son dal fato,
Alla morte io chiudo il ciglio;
O fratelli del mio cuor,
Ove spento, ove fui nato
Rammentate, o cari, allor.

Un avello in questa terra
Non mi nieghi il vostro affetto!
Dopo tanta umana guerra
Trovi pace il moi dolor,
La mia polve abbia ricetto
Sovra i colli in grembo ai fior.

Paoli disse: e sovra amico
Pino, corre ad altra sponda.
Dal furor dell'inimico
Che la Patria debellò,
Ei s'invola: -placid'onda
Fra i Britanni il transportò.

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On a probablement vraiment besoin de connaître le contexte (et nous, nous ne le connaissons pas encore) pour apprécier ce poème. Borghetti répond évidemment à quelque chose qui se passe à l'époque, le concernant, certaines rumeurs ou accusations à caractère « morales » qu'il considère comme hypocrites, probablement emises par certaines femmes. Plus de recherches sont nécessaires pour découvrir exactement ce auquel il répondait, mais même sans connaître le contexte précis ce poème dit beaucoup sur sa personnalité - son amour de la vérité, sa haine de toute sorte d'hypocrisie et sa volonté d'exprimer sa pensée, quelles que soient les conséquences - ce qui s'accorde très bien avec tout ce que nous savons de lui. - BB
La Mia Risposta    My Response

L’ho fatta grossa, veramente grossa,
Se la novella che mi giunge è vera.
Pare che contro me prenda la mossa
Delle beghine l’iraconda schiera,
Perch’ebbi l’imprudenza e la pazzia
Di non lodar la loro ipocrisia.
So, I’ve done it! I’ve really surpassed myself in my foolishness!
If the news that has reached me is true,
It seems that the bigots’ ire is mounting
And gathering momentum against me,
For in my folly I had the audacity
Not to praise their hypocrisy.

Il so pur troppo ! il so pur troppo! quanto
Costi ai di nostri propagare il vero.
Ma che volete, io non indosso il manto
Di chi vive rinchiuso in monastero,
Di chi fa il santo, dopo aver rubato
Impunemente a tutto il vicinato.
I know to my cost, alas,
The price of proclaiming the truth.
But what can I say? I don’t wish to wear the mantle
Of one living in a monastery
Who, having robbed
The whole neighbourhood with impunity,
Pretends to be a saint.

Io non lo nego: pria di tutto al mondo
Abborro la menzogna e l’impostura;
E, ad onta del costume inverecondo,
Amo la verità candida e pura :
E tanto mai non fui gonzo, nè stolto
Da confonder la maschera col volto.
I don’t deny it: what I abhor most in the world
Are lies and deceit;
And contrary to society’s shameless custom
I love truth, pure and simple:
And I was never so stupid or such a simpleton
To mistake a mask for a real face.

E poi, signore, sarà colpa mia
Se dalla mia bottega una ciabatta,
Io getto, non curante, sulla via,
Alcun la trova alle sue piante adatta,
E se l’appropria e veramente crede
Ch’ella fu fabbricata pel suo piede?
Furthermore, ladies, would it be my fault
If, throwing a slipper carelessly
From my shop onto the street,
One, retrieving it and finding it fits him,
Appropriates it, fully believing
It was actually made for his foot?

E sarà giusto, inver, s’io faccio un quadro
Del furto infame, poco lusinghiero,
Che mi scappi improvviso un qualche ladro,
E pensi che a lui volto ebbi il pensiero,
Quand’io dipinsi, perchè il suo ritratto
Riconosce nel quadro da me fatto?
And would it be right, indeed, if painting a picture
Of the unflattering theft,
I were to coincidentally depict
The face of a known thief and that he then thinks
I painted his face deliberately, because he recognizes
His likeness in my painted depiction?

E quando parlo d’un tartuffo, e quando
D’una stolta pinzochera ragiono,
Se flagello qualche atto abbominando
D’un traditor, se inesorabil sono
Contro i costumi d’una rea sgualdrina,
Se metto un impostore alla berlina,
And when I speak of a hypocrite, and
Tell of a dolt and bigot,
And if I condemn the abominable act
Of a traitor, if I inexorably
Condemn the habits of an evil harlot,
If I pillory a liar,

S’io dico veramente vituperio
Di certe donne di galanteria
Che per l’età sfuggite all’adulterio
Divenner mangia-cristi in sagrestia,
E quel negozio ch’avean sempre fatto,
Condannano in altrui come un misfatto ?
If I am really outraged by
Certain women, who, once guilty of amorous intrigues
Now, because their age precludes them
From adulterous activities,
Become Christ-eaters in sacristies and
Condemn in others, behaviours once their own?

O di certe altre, a cui non sono i riti,
Le chiese, il culto, le preghiere, i santi,
Che un mezzo per illudere i mariti
Onde volare ad abbracciar gli amanti ?
Facciano pur, se questo lor conviene,
Ma dovremo noi dir che fanno bene ?
Or of certain others, for whom the rituals,
The churches, the cults and the saints, are but
A means by which they deceive their husbands
So that they can fly into the arms of their lovers?
Let them do so, if they wish,
But are we to condone their actions?

Non crediate però ch’io pensi a male
Di color che son vinti dall’amore :
Egli è al nostro ente tanto naturale
Quant’è il profumo a giovinetto fiore.
Egli emana da Dio, come il fecondo
Raggio di sole che dà vita al mondo.
But don’t believe that I think ill
Of those who fall prey to love:
Love is as natural to us humans
As scent is to a fresh flower.
Love comes from God, which like the vital
Rays of the sun, gives life to the world.

Ma quello ch’io condanno veramente
È il falso amor, mostro nefando e vile
Ch’osa usurpare il nome audacemente
Dell’affetto più santo e più gentile :
Ed ebbi a vanto ognor, non ve ne spiaccia
Di abbominarlo e non guardarlo in faccia.
But what I do condemn
Is false love, a nefarious, vile monster
Who brazenly dares usurp the name
Of the kindest and most sacred affection:
And it would be fitting if everyone
Admitted abhorrence of it and averted their eyes.

Ed è perciò, che inesorabilmente
Voi mi vorreste dentro un precipizio,
Come s’io confondessi realmente
Il ver col falso, e la vertù col vizio ?
Io però me la rido, ed ho per celia
La vostra furibonda contumelia.
And is it for this reason that you are relentless
In wanting to see me on a precipice
As if I really confused truth with falsehood
And virtue with vice?
But I can’t take your insults seriously
And will continue to laugh them off.

State a veder, che adesso un moralista,
Perchè a certe pinzochere non piace,
Perchè la sua morale le contrista,
Dovrà starsene muto in santa pace
Per timor di sturbar certe congrèghe
Che ricordano i tempi delle streghe?
Let’s consider this, should a moralist
Who makes bigots uneasy and uncomfortable
With his moralising
Be silenced for fear of upsetting
Those factions in society
Who remind us of a bygone era of witchery?

Ciò non sarà : per me non temo ostacoli :
Pregate i vostri santi, se vi aggrada,
Ch’oprino contro me mondi e miracoli,
Io sempre seguirò la stessa strada.
Non v’è rimedio : apostolo del vero,
Sarò sempre, qual fui, schietto e sincero.
I won’t let that happen: I don’t fear obstacles:
Pray to your saints for miracles, if you wish,
That they may move mountains against me,
I will always follow the same path.
There is no remedy: apostle of truth
I will always be,
As I’ve always been, sincerely and simply.

Ma che? credete voi che il mondo sia
Stolido e cieco, senza alcun criterio,
Da prender la nefanda ipocrisia,
E l’impostura, e la menzogna al serio?
Donne, badate! simile credenza
Sarebbe una suprema impertinenza.
But, why? Do you think the world is
So stupid and blind, as to be unable to distinguish right from wrong,
And to take nefarious hypocrisy,
Falsehood and lies seriously?
Ladies, Be careful! Such assumptions
I would consider utter impertinence!

Ma quel che parmi veramente strano,
È udir che donne amabili e garbate,
Che stimai buone, facciano baccano
Con certe stupidissime sguaiate,
Che mi vorrian dannato in sempiterno,
A bruciar nelle bolge dell’inferno.
But what I find really strange,
Is to hear amiable and courteous women
Whom I hold in high esteem, make such an unseemly racket,
Uttering certain idiotic vulgarities
Such as wanting to see me forever damned
And burning in the circles of hell.

Adagio, adagio! voi sapete che
Ho in man la sferza, e se savie non siete,
Se vi ostinate a prenderla con me,
Ve lo assicuro, ve ne pentirete.
Ribello contro voi san Pietro e Pavolo,
Acciò vi mandin senza indugio, al diavolo.
Not so fast! You know that
I hold a whip in my hand, and if you misbehave,
And insist on having it out with me
I am sure you will regret it.
For I will get St. Peter and St. Paul take my side against you
,And without hesitation, they’ll send you to the devil.

E voi ci andrete : Ah! perchè siete usate
A veder tutto il giorno a voi davante,
Colle ginocchia ai vostri piè curvate,
I farfalloni del mondo galante,
Vi pensate che gli uomini sien tutti
Modellati su questi farabutti?
And you will end up there: Ah, but because
You’re used to seeing,
The sycophants of polite society,
Bowing low before you all day long,
Do you think that all men are
Cut from the same cloth as these scoundrels?

E che alcun non vi sia cotanto ardito
Per dirvi in faccia nettamente il vero,
S’egli non è un baggiano, uno stordito,
Che distinguer non sa dal bianco il nero,
Dei costumi gentili affatto ignaro,
E ch’abbia men dell’uom che del somaro?
And do you think that anyone who would be so bold
As to tell you the truth straight to your face
Must be a simpleton, a blockhead,
Who can’t tell black from white,
And is totally ignorant of good manners,
And has more in common with an ass than a man?

Errore, grande error, signore mie;
Tutti gli uomini, no, non sono schiavi
Delle vostre balorde fantasie
Come il pensate ; ve ne son de’ bravi
Che spinti dallo zel di carità
Vi san dir delle dure verità.
You err gravely, my dear ladies!
Contrary to your assumptions,
Not all men are ensnared and deluded by
Your far-fetched fantasies.
There are men of courage
Who, impelled by charitable zeal
Will tell you hard truths.

Ed io son un di quelli : Ad ogni costo,
Gettar dovessi invan ranno e sapone,
Ad ammonirvi ognor sarò disposto
Quando opportuna avrò l’occasione.
Se il ver vi spiace e umilia il vostro orgoglio,
Me ne incresce davver, ma dirlo io voglio.
And I am one of these: I would do whatever it takes, even throwing soap and lye
To warn you whenever the opportunity arises,
Even though my admonishment be in vain.
If the truth displeases you and injures your pride,
I truly regret it, but proclaim it I must.

translation: Francesca Taczalski
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Publié dans Le Phare de la Corse 3 Septembre 1870, deux jours après la bataille de Sedan, cet appel patriotique aux Français de se lever et vaincre les Allemands n'est peut-être pas la plus grande œuvre poétique de Borghetti, ni même un commentaire particulièrement astucieux sur la situation politique et militaire qui prévaut, mais un document intéressant néanmoins, qui montre son auteur sous un jour nouveau. En dépit de son opposition à Napoléon III et l'empire, son amour de la Corse et son désir ressenti depuis longtemps pour la voir unie à l'Italie, en ce moment particulièrement désastreux Borghetti montrait quand même de forts sentiments patriotiques envers la France. - BB
Cri De Guerre!!
Sang pour sang, mort pour mort, ruine pour ruine.
Edgar Quinet.
Debout, Français, debout! Réveille ton génie,
O France des grands jours, la sombre tyrannie
Des despotes du Nord te convie aux combats.
Des bords de la Provence aux rives de l’Alsace,
Reprenez votre essor, reprenez votre audace,
Peuples, et vers le Rhin, tous, dirigez vos pas.
L’invasion est là, terrible, formidable,
Creusant sur votre sol un abîme insondable
Que ne combleront pas les siècles à venir.
En avant, en avant! frémissants de colère
Heurtez des Allemands la horde sanguinaire :
C’est le jour solennel de vaincre ou de mourir.
Mais quoi donc! verrez-vous vos palmes triomphales
Tomber impunément sous les pieds des Vandales,
Votre gloire ternie et votre honneur flétri?
Oh! n’avez-vous donc plus, ô Français, dans votre âme
Votre antique vaillance et votre noble flamme?
Dans cet âge menteur, tout a-t-il donc péri?
La France est donc bien morte aux exploits de la guerre?
Elle n’est donc plus rien, plus rien sur cette terre
Qu’un vieux cadavre ayant la honte pour cercueil?
Nous qui rêvions de Sparte, et de Rome et d’Athènes,
Nous tombés tout-à-coup, nous recouverts de chaînes?
Notre puissance donc n’était qu’un sot orgueil?
Demain nous serons tous tombés dans la nuit sombre;
Perdus, ensevelis dans le silence et l’ombre,
Ecrasés sous les pieds de vainqueurs inhumains.
Demain reparaîtront la honte et l’infamie,
La féodalité, l’horrible tyrannie,
Sur les débris sanglants de nos droits les plus saints.
O Révolution! puissante et noble mère,
Toi, qui fis de la France un immense cratère,
Dont la lave inondait le monde épouvanté,
Tu n’as donc plus de feu, tu n’as donc plus de flamme,
Tu n’as plus rien qui parle à nos cœurs, à notre âme?
Devons-nous t’appeler : mensonge ou vérité?
Devrons-nous étouffer nos élans magnanimes,
Nos vigoureux efforts, nos systèmes sublimes,
Qui devaient affranchir toute l’humanité?
Quatre-vingt-douze, allons! reviens encore au monde:
Sans ton souffle de feu, sans ta sève féconde,
Tout est frappé de mort et de stérilité.
Quoi! vaincus? Quoi! flétris par un p[...]*
Nous les fils des géants, nous la race des braves?
Où sont-ils nos soldats, où sont-ils nos canons?
Quoi! de l’affaissement au fort de la tempête?
Quoi! vivre, et contempler notre hideuse défaite?
Quoi! courber notre front aux genoux des Saxons?
Non, non! jamais, jamais! Dut la France, sans vie,
Sous ses débris fumants rester ensevelie,
Tant qu’un souffle vital fera battre nos cœurs,
Tant qu’il nous reste un nom sur la carte du monde,
Embrasés par les feux d’une haine profonde
II faut frapper au cœur nos fiers envahisseurs.
Bourgs, provinces, cités, campagnes de la Gaule,
N’ayez plus désormais qu’une seule parole
Pour crier fièrement: Mort aux peuples Germains!
Et nous reparaîtrons encore sur la terre,
Marchant sur les débris de cette race altère,
Dignes de nos aïeux, dignes de nos destins!
* Le texte original manque à notre exemplaire. Peut-être « peuple d’esclaves » ou « peuple esclave » ? - BB
index


A Carlo Pigli
Canto
Ebbero gli avi nostri Itala cuna;
E fu capriccio instabil di fortuna
S’Itali fati non abbiamo ancor.

Se Galli siam, per legge, il siam di guerra:
E invan si niega che su questa terra
Francia suonasse un dì pianto e dolor.

E vel sapete voi, solinghe sponde
Del Golo mio, qual eco alto risponde
Al grido antico che su voi suonò.

Se quì giovasse a ramentar sventure,
Direi, come del Borgo in sulle alture
Col Gallo, il Corso genio si scontrò.

I nostri padri vincitori e vinti
Furo a vicenda; alfin caddero estinti
In Pontenuovo, e allor Corsica fù!

Ma qual divenne il dican le fumanti
Nostre ruine, ed il terror e i pianti,
E l’ire della corsa gioventù.

Dicanlo i nostri Eroi cacciati in bando;
E Paoli il dica il dì fatal che il brando
Insanguinato, in Albion recô.

Dicanlo i nostri colli e i nostri monti,
Costretti anch’essi ad incurvar le fronti
Al vincitor che i piè gl’incatenò.

Ecco qual arra d’amistà sincera,
La franca donna, a quest’isola altera
In faccia al mondo attonito largi.

Taccio la santa Libertà che tanto
Sudor costava ai nostri padri e pianto
Schernita e penta in quei rabbiosi di.

Cosi Francesi diventammo noi
Di fati, e nome; in altra guisa i suoi
Dritti natura mai ceder non può.

Ma sia che vuolsi: o dell’Italia figlio,
Men rude quì tu dei sentir l’esiglio,
Se mai l’esiglio men crudel suonò.

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