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Pendant la vie de Gian Paolo Borghetti la langue italienne a perdu son statut officiel en Corse et a été progressivement remplacé par le français. Son certificat de naissance de 1816, par exemple, est en italien, alors que son certificat de mariage de 1878 est en français. Le journal La Corsica, qu'il a fondé en 1849, a été publié en italien, ce qui a conduit à la critique par Paolo Cerati, inspecteur des écoles élémentaires et auteur d'un dictionnaire français/italien. Dans sa longue réponse, publiée dans le premier numéro de La Corsica le 5 Avril 1849, Borghetti explique non seulement la raison très pratique pour l'édition en italien, à savoir qu'elle était la seule langue comprise par la majorité de la population, mais va beaucoup plus loin en défense de la langue comme un élément essentiel de la culture corse. Il condamne fermement la politique à courte vue d'interdire l'utilisation de l'italien dans les écoles (une politique qui va continuer loin dans le 20ème. siècle), et présente des arguments forts en faveur des avantages du bilinguisme qui sont aussi pertinents aujourd'hui qu'ils l'étaient en 1849.
BB
Sull’impiego della lingua italiana in Corsica. Risposta ad una lettera del signor Cerati    L'utilisation de la langue italienne en Corse. Réponse à une lettre de M. Cerati

Perchè volete voi preferire la lingua Italiana alla lingua Francese, nella redazione del vostro Giornale? Lo studio della lingua Francese è divenuto generale e serio in tutta l’Isola, mentre che, quello della lingua e della letteratura Italiana, è trascurato, dimenticato, abbandonato quasi dappertutto. Tale è il senso di una lettera, che il signor Cerati ci ha fatto l’onore di scriverci all’apparizione del nostro Giornale. Pourquoi préférez-vous l’italien au français dans la rédaction de votre journal ? L’étude de la langue française s’est généralisée dans toute l’île alors que celle de la langue et de la littérature italienne est négligée, oubliée, abandonnée presque partout. » Tel est le sens d’une lettre que monsieur Cerati nous a fait l’honneur de nous écrire lors de la parution de notre Journal.

Se queste parole ci fossero state dirette da persona meno autorevole che non è l’esimio autore del Dizionario delle due lingue Francese e Italiana, noi ci saremmo dispensati di queste poche osservazioni sovra una materia, che crediamo debba esser compresa da tutto il paese senza discussione ; ma giacchè il signor Cerati ce ne chiede una spiegazione, ci faremo un gran pregio, di schiudergli schiettamente tutto il nostro pensiero. Iddio e la natura, posero sulle labbra dei Corsi la lingua Italiana; i nostri Padri, non conobbero mai altra favella, la maggioranza del popolo non è possibile che possa adottarne altra. Non è in poter degli uomini di cambiar totalmente quel che vollero, Iddio e la natura. Ma supponendo per anco, che si potesse pervenire ad estinguere intieramente l’uso della lingua Italiana nel nostro paese, quel tempo è ancora ben lontano da noi; le moltitudini non sono ancora educate a simile scuola, e parlando loro in lingua Francese, è voler parlare per non farsi intendere. Il nostro giornale, è fatto per la generazione attuale, e coll’intenzione che tutti possano comprenderne le tendenze e lo scopo. Qual favella adottano i predicatori rivolgendosi alle moltidudini? Noi abbiamo creduto dover imitare i predicatori, ed adottare quella favella che è propria a tutti; - quella del paese. - Questa sola ragione, ci parrebbe sufficente a render conto dell’assunto nostro; noi però, non ci fermeremo a questa sola ragione. Lo studio della lingua Francese, che il signor Cerati non tituba a chiamar serio, in tutto il territorio dell’Isola nostra, non solamente a noi tale non sembra, ma lo consideriamo eziandio, come una amara derisione. Il sistema, che colpisce di proscrizione l’insegnamento della lingua Italiana nelle scuole primarie, è a parer nostro, un vandalismo senza pari, un insulto fatto alle nostre tradizioni, un modo certo di perpetuare nelle nostre popolazioni, la ignoranza la più profonda. Un vandalismo, in quanto che si fa sforzo di toglierci una cosa, che è tutta nostra, un tesoro inerente al nostro suolo, alla nostra natura, al nostro cielo; un insulto alle nostre tradizioni, giacchè ciò ne menerebbe inevitabilmente a cancellare fino all’ultimo vestigio della nostra antica nazionalità, e a sfigurare la storia di un tempo, che in se racchiude per noi, tante belle e gloriose rimembranze, tanti splendidi trionfi, tanta santità di operare; a perpetuare l’ignoranza nelle nostre popolazioni poichè insegnando loro, gli elementi di una favella che non è la propria, che non è quella delle loro madri, accade incontestabilmente, che dopo lasciate le scuole, e rientrati nelle loro famiglie, ove si parla una lingua che non fu loro insegnata, in poco tempo i giovanetti, si avvedono di non saper più nulla. Ignorano l’italiano per non averlo imparato, e disimparano completamente quel poco francese, che poterono apprendere nell’insegnamento primario per mancanza d’uso. Noi siamo del resto, ben lontani di pronunziarci contro la propagazione della lingua francese in tutta l’estensione dell’Isola nostra, soltanto il modo per conseguire questo intento felice, ci sembra vizioso, deplorabile, funesto, fallace. La lingua francese, insegnata isolatamente senza il concorso e l’ajuto di quella che succhiammo col latte, è impossibile ch’ella possa mai prender radice, fra quelli che devono sventuratamente fermarsi ai primissimi rudimenti delle lettere. Facendo all’incontro andar di fronte l’insegnamento delle due lingue, parrebbe a noi, dover produrre effetti tutt’affatto felici per la nostra gioventù. Non si può imparare quel, che non si comprende, e non si giunge a comprendere che con somma difficoltà, quel che è intieramente estraneo alla nostra natura, alle nostre abitudini, a tutto quel che ne circonda. Noi lo diciamo con convincimento profondo; fintanto che non si adotterà il sistema di apprendere agli adolescenti, a leggere e a scrivere la lingua italiana, il che facilissimo riesce, prima di andare all’insegnamento della lingua francese, la cecità dell’ignoranza non scomparirà dal nostro terreno. Quando le facoltà del giovanetto si sviluppano nello studio della lingua materna, allora soltanto è tempo di occuparsi del francese, e facendo andar di consenso e di paro le due lingue, ed imparando per così dire l’una dall’altra, si perverrà ad ottenere, senza alcun dubbio, un progresso reale. Il sistema d’insegnamento impiegato pel rimanente della Francia, non può esser vantaggioso pei nostri adolescenti, sendo le loro condizioni intieramente diverse. Noi non dobbiamo dimenticare, non esser Francesi, che in virtù di un decreto emanato dall’Assemblea Costituente dell’89; che avanti quell’epoca non eravamo che colonia Francese, che terra di conquista, i nostri Padri nacquero e morirono Italiani. La Francia è nostra madre adottiva, noi lo diciamo con orgolio, l’amiamo con tutte le potenze dell’anima nostra, abbiamo a gloria di esser Francesi, di aver comuni con essi, fati, desiderj, speranze. Non è però in nostro potere di fare, che il vincolo che ad essa ci unisce, non sia un vincolo di mera convenzione. E in poter nostro di farci Francesi per lo spirito, pel cuore, pei sentimenti, pel pensiero, per le tendenze; ma non è in nostro poter di cambiar quel che fu, quel che la natura volle, che fossimo in origine. I destini dei popoli sono nelle mani di Dio; Iddio solo può disporne a sua voglia, gli uomini non saprebbero impedirlo. Chi può comprendere i misteri profondi di Dio; chi può penetrar nelle tenebre del futuro, e leggere negli avvenimenti? chi puo dirci: un posto vi fu assegnato, e da quel posto non sapreste mai esser rimossi? Consideriamo la nostra situazione geografica. Non siamo noi esposti a tutte le vicissitudini della politica umana? chi può, lo ripetiamo con dolore, chi può guarentirci l’avvenire? - La Francia. Si ces paroles nous avaient été envoyées par une personne moins influente que l’excellent auteur du Dictionnaire en deux langues Français et Italien, nous nous serions dispensés de ces quelques observations à propos d’une matière qui, nous le croyons, devrait être comprise dans tout le pays sans discussion; mais puisque monsieur Cerati nous demande une explication, nous aurons le grand mérite de lui ouvrir franchement notre pensée. Dieu et la nature posèrent sur les lèvres des Corses la langue italienne, nos pères ne connurent jamais d’autre langue et la majorité de la population ne peut vraiment pas en adopter une autre. Il n’est pas dans le pouvoir des hommes de changer totalement ce que voulurent Dieu et la nature. Mais en supposant même que l’on puisse parvenir à supprimer entièrement l’usage de la langue italienne dans notre pays, ce temps est encore bien loin de nous ; les populations ne sont pas encore éduquées à pareille école, et en leur parlant en français c’est vouloir parler pour ne pas se faire comprendre. Notre journal est fait pour la génération actuelle avec l’intention que tous en puissent comprendre les tendances et le but. Quels langages adoptent les prêcheurs en s’adressant aux populations ? Nous allons devoir imiter les prêcheurs et adopter la langue qui appartient à tout le monde - celle du pays- Cette unique raison nous paraît suffisante pour rendre compte de notre entreprise ; pourtant nous ne nous arrêterons pas à celle-ci. L’étude de la langue française, que monsieur Cerati n’hésite pas à appeler sérieuse, dans tout le territoire de notre île, non seulement, ne nous semble pas comme telle, mais nous la considérons même comme une amère dérision. Le système qui frappe de proscription l’enseignement de l’italien dans les écoles primaires, représente à notre avis un vandalisme sans précédent, une insulte faite à nos traditions, une façon évidente de perpétuer l’ignorance la plus profonde dans notre population. Un vandalisme qui se fait fort de nous enlever quelque chose qui nous est propre, un trésor inhérent à notre sol, à notre nature, à notre ciel ; une insulte à nos traditions qui aboutira inévitablement à effacer jusqu’aux derniers vestiges de notre ancienne nationalité et à défigurer l’histoire du passé, qui renferme pour nous tant de beaux et glorieux souvenirs, tant de splendides triomphes, tant de d’oeuvres accomplies. A perpétuer l’ignorance au sein de nos populations, en leur enseignant les éléments d’une langue qui n’est pas la leur, qui n’est pas celle de leurs mères, il arrive incontestablement que peu de temps après avoir quitté l’école et être revenus dans leurs familles où se parle une langue qui ne leur fut pas enseignée, les jeunes se rendent compte de ne plus rien savoir. Ils ignorent l’italien pour ne pas l’avoir appris et désapprennent complètement le peu de français qu’ils apprirent dans l’enseignement primaire, faute de pratique. Nous sommes du reste très loin de nous prononcer contre la propagation du français dans toute notre île, toutefois la façon de réaliser ce louable projet nous semble pernicieuse, déplorable, funeste, fallacieuse. Il est impossible que la langue française, enseignée d’une façon isolée sans le concours et l’aide de celle que nous avons « sucé avec le lait de nos mères » , puisse prendre racine parmi ceux qui doivent malheureusement s’arrêter aux premiers rudiments des lettres. Au contraire, le fait d’enseigner de front les deux langues, nous paraît devoir produire un résultat tout à fait positif pour notre jeunesse. On ne peut pas apprendre ce que l’on ne comprend pas et on comprend avec beaucoup de difficultés ce qui est étranger à notre nature, à nos habitudes, à tout ce qui nous entoure. Nous le disons avec une profonde conviction : avant d’enseigner le français, aussi longtemps que l’on n’adoptera pas le système d’apprendre aux adolescents à lire et écrire la langue italienne, ce qui réussit très facilement, l’aveuglement de l’ignorance ne disparaitra pas de notre terre. Quand les facultés de l’adolescent se développent dans l’étude de la langue maternelle, alors seulement il est temps de s’occuper du français, et faisant aller de pair les deux langues, qui pour ainsi dire s’enrichissent l’une par l’autre, on parviendra à obtenir sans aucun doute un progrès réel. Le système d’enseignement employé pour les français de France ne peut pas être avantageux pour nos adolescents, leur condition étant complètement différente. Nous ne devons pas oublier que nous ne sommes français qu’en vertu d’un décret émanant de l’Assemblée Constituante de 89, et qu’avant cette époque, nous n’étions qu’une colonie française, une terre de conquêtes, et que nos pères naquirent et moururent italiens. La France est notre mère adoptive, nous le disons avec orgueil, nous l’aimons avec toute la force de notre âme, nous sommes fiers d’être français, d’avoir des choses en commun avec elle, des affaires, des désirs, des espoirs. Et pourtant il n’est pas en notre pouvoir de faire du lien qui nous unit à elle, un lien de pure convention. Il est en notre pouvoir de nous rendre français par l’esprit, par le cœur, par les sentiments, par la pensée, par les inclinations ; mais il n’est pas en notre pouvoir de changer ce qui fut, ce que la nature a voulu que nous fussions. Les destins des peuples sont entre les mains de Dieu, seul Dieu peut en disposer à son gré, les humains ne pourraient pas l’en empêcher. Qui peut comprendre les mystères profonds de Dieu, qui peut pénétrer dans les ténèbres du futur et lire dans les évènements à venir, qui peut nous dire : une place vous a été assignée et de cette place vous ne serez jamais déplacés ? Considérons notre situation géographique. Ne sommes-nous pas exposés à toutes les vicissitudes de la politique humaine ? Qui peut, et nous le répétons avec douleur, qui peut nous garantir l’avenir ? La France.

- La Francia; ma quando andò in rovina e fu rovesciato l’Impero Romano, non potrebbe mai la Francia trovarsi nella necessità di dover cedere una provincia, che natura dal suo suolo con vasto mare disgiunse? La Dio mercè, ciò non verrà mai, ma sendo nell’ordine del possibile, potrebbe pertanto avvenire, ed allora che sarebbe di noi, quando avremo cancellato ogni traccia di quel che volle far di noi la natura? E inutile il celarlo, la lingua italiana è il palladio prezioso, che conserva intatta la nostra storia, delle azioni gloriose dei nostri Padri, è rinnegare le dolcezze le più soavi, che troviamo tuttora su i labbri delle nostre madri, i doveri i più santi che da loro ci furono insegnati nella nostra prima età, le armonie le più care che seppero ridestarci nel cuore, gli affetti i più possenti, i più profondi della vita. La France, mais quand elle fut ruinée et que l’Empire Romain fut renversé, la France n’aurait-elle jamais pu se trouver dans la nécessité de céder une province que Dame Nature sépara par la mer ? Dieu merci ça n’arrivera jamais, mais vu la logique des choses, cela pourrait quand même advenir, et alors qu’en sera-t-il de nous quand nous aurons effacé toute trace que la nature a voulu faire de nous ? Il est inutile de le cacher, la langue italienne représente la précieuse garantie qui conserve intacte notre histoire, les actions glorieuses de nos Pères, ce serait renier les douceurs les plus suaves que nous trouvons à tout moment sur les lèvres de nos mères, les devoirs sacrés qu’elles nous ont enseignés dès notre plus jeune âge, les harmonies les plus chères qu’elles surent éveiller en nos cœurs, les affections les plus puissantes, les plus profondes de la vie.

Noi non esitiamo a dirlo, il bando dato alla lingua italiana dal nostro suolo lo consideriamo come una umiliazione, un delitto, una nefandezza, un sacrilegio. Del resto, non v’è esempio nelle storie che un popolo abdicasse mai volontariamente la propria favella, per togliere ad imprestito quella dei popoli vicini. E quando la lingua di un popolo in altra lingua si trasformò, non fu mai indizio di progresso, ma sempre evidentissima prova della decadenza, e dello smembramento delle nazioni. Quando la lingua d’Omero deperiva nelle provincie della Grecia, lo splendore, la gloria, la possanza di quelle nazioni deperiva del pari, e la lingua di Virgilio e di Orazio, non passò allo stato di lingua morta, che dopo la dissoluzione completa dell’impero di Roma. E dunque invocando il progresso, che si pretende affogare fra noi la lingua, che la natura, come dono immenso ci diede? - Ciò non può stare. La dimostrazione del contrario è ben facile. Sendo però di necessità assoluta, che tutti coloro i quali debbono consecrarsi ai pubblici impieghi, imparino meglio che possono il francese, non sappiamo scorgere il motivo per cui si debba proscrivere lo studio dell’italiano pei semplici abitatori delle nostre montagne. Come già detto l’abbiamo, una lingua non saprebbe escludere l’altra; anzi ognun sa che quando si perviene al possesso di varie favelle, la facilità si accresce moltissimo per lo studio di quelle che rimangono ad impararsi; e ciò dipende senza alcun dubbio da un certo meccanissimo, proprio a tutte le lingue, da una innegabile analogia che nella loro essenza nella loro origine, hanno tutte fra loro. Del resto, le favelle francese e italiana, ognuno sa che nacquero ambidue gemelle dagli avanzi dell’Impero Latino, e che per conseguenza lo studio dell’una, invece di nuocere a quello dell’altra, non fa che facilitare quello d’entrambe. Nous n’hésitons pas à le dire, le bannissement de la langue italienne de notre sol, nous le considérons comme une humiliation, un délit, une infamie, un sacrilège. Du reste, il n’y a pas d’exemple dans l’histoire, d’un peuple qui ait jamais renié volontairement sa propre langue pour emprunter celle des peuples voisins. Et quand la langue d’un peuple se transforma en une autre langue ce ne fut jamais un signe de progrès mais toujours une preuve très évidente de décadence et de démembrement des nations. Quand la langue d’Homère dépérissait dans les provinces de Grèce, la splendeur, la gloire, la puissance de ces nations dépérissaient de même et la langue de Virgile et d’Horace ne passa au stade de langue morte qu’après la dissolution totale de l’Empire Romain. C’est donc en évoquant le progrès que l’on prétend étouffer la langue que la nature nous donna comme un immense cadeau ? Cela ne peut pas marcher. La démonstration du contraire est bien facile. Etant absolument évident que tous ceux qui se consacrent à des emplois publics doivent apprendre le français le mieux possible, nous ne voyons pas le motif pour lequel on devrait proscrire l’étude de l’italien pour les simples habitants de nos montagnes. Comme nous l’avons déjà dit, une langue ne saurait en exclure une autre ; avant tout chacun sait que quand on maitrise plusieurs langues, la facilité d’en apprendre d’autres s’accroit beaucoup ; cela dépend sans aucun doute d’un certain mécanisme propre à toutes les langues, d’une inégalable analogie qu’en leur essence, leur origine, elles possèdent toutes entre elles. Du reste chacun sait que les langues française et italienne naquirent jumelles lors de l’avancée de l’Empire latin, et que par conséquent, l’étude de l’une, bien loin de nuire à l’étude de l’autre, ne fait que faciliter l’étude des deux.

La Corsica, 5 aprile 1849 La Corsica, 5 avril 1849

traduction: Chantal André
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Ce texte a été publié dans La Corsica, le 1er mai 1849, juste au moment où l'armée française, envoyée par le président Louis-Napoléon Bonaparte, est en train d'attaquer la République romaine récemment formée, afin que le Pape revienne à sa position sur le pouvoir temporel. Borghetti, partisan de la République romaine, est très opposé à cette politique. Deux semaines plus tard, il sera élu conseiller général, mais quand la République romaine prend fin en Juin, il envoie une lettre très critique à Louis-Napoléon sur le sujet, signifiant une fin prématurée à sa carrière politique. Les Corses sont divisés sur la question. Leur fond catholique les mène à sympathiser avec le Pape, la famille Bonaparte a de nombreux adeptes sur l'île, et des républicains dévoués tels que Borghetti sont sans doute dans la minorité. Mais Borghetti est aussi très déçu par l'état de l'île à l'époque, il parle souvent du désordre, de la corruption, la dégradation, l'égoïsme, etc., etc., de ses compatriotes corses, et le texte doit être vu dans ce contexte.
BB
Corsi!... Corsicans!

Corsi!
Ricordiamoci esser noi i figli di quegli uomini, che primi, diedero all’Europa il memorando esempio di combattimenti ostinati, meravigliosi, incredibili, in pro della Libertà; che quegli uomini videro devastare i loro campi, incendiare le loro case, mietere le loro messi, confiscare i loro beni, cadere trafitti sui propri campi, figli, fratelli e padri; eppur non sostarono dalle battaglie; eppur non si scoraggiarono in mezzo a tanti disastri, in mezzo a tante rovine. — L’amore della Libertà fu per loro si grande, si profondo, che dopo a quello di Dio, fu il loro unico culto.
Corsicans!
Let us remember that we are the sons of those men who first gave to Europe the memorable example of persistent, marvellous, incredible struggles for Freedom; and that in pursuit of Freedom those men saw their fields destroyed their houses set alight, their harvests lost, their goods confiscated, their fathers sons and brothers fall wounded in their own fields; and yet they did not rest from the struggle; nor were they discouraged in the midst of such great disaster and devastation. Love of Freedom was for them so great, so deep, that it was second only to their love of God.

Corsi!
Saremo noi dunque bastardi! — Avremo noi dimenticato tutte le nostre tradizioni, tutte le nostre glorie? — Avremo noi rinnegato il nostre sangue, che è sangue vero d’eroi? — La corruzione degli ultimi tempi, avrà dunque gangrenato totalmente il nostro cuore, avrà affogato in noi ogni sentimento generoso? — Saremo noi dunque, precipitati tanto in fondo dell’abisso della viltà, dopo essere stati l’ammirazione del mondo?
Corsicans!
Have we then become bastards! Have we forgotten all our traditions, all our past glories? Are we to deny our blood, blood of true heroes? Has the corruption of recent years turned our hearts totally gangrenous? Has it suffocated all generous sentiments? Are we to allow ourselves to fall headlong into the abyss of cowardice, having once been the admiration of the world?

Corsi!
Ricordatevi, che non si urta una sola zolla nel sacro suolo della nostra patria, senza che quella non rammenti una gloria, non attesti un trionfo. Se voi tendete l’orecchio verso le nostre valli solinghe, vi udrete un antico, incessante fremito di Libertà: se voi v’inginocchiate sulle sepolture dei vostri Padri, udrete uscir dal loro gelido seno una voce, possente come quella dei fati, che grida: Figli, rammentatevi dei nostri sacrifizj, delle nostre fatiche, delle nostre prodezze, e siate costanti nel mantenere intatti quei sacri diritti che vi concesse Iddio, e che gli uomini tentano rapirvi...
Corsicans!
Remember that not a single clod of earth in the sacred ground of our nation will be struck without it being a reminder of a past glory, a testament to a past triumph. If you turn your ears towards our solitary valleys, you will hear an ancient, incessant rumble for Freedom: if you kneel on the tombs of your Fathers you will hear, emanating from their deep icy womb, a powerful voice pointing to your destiny, crying out: Sons, remember our sacrifices, our labours, our courageous acts and be faithful to those sacred God-given rights that men try to take from you...

Fratelli!
Ascoltiamo dunque la voce dei nostri Padri, ella è santa, ella è sublime, ella non può essere menzognera, tal voce...
Brothers!
Let us listen therefore to the voice of our Fathers, a voice which is holy and sublime, such a voice cannot be mendacious...

La Corsica, 1er mai 1849 La Corsica, 1 May 1849

translation: Francesca Taczalski
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La Corse et ses détracteurs (Ollagnier, Bastia, 1870) commence par une « dédicace » qui indique clairement que Gian Paolo Borghetti reste toujours un poète, même quand il écrit de la politique. Il expose les gloires passées de sa Corse bien-aimée, gloires qui sont toujours venues du désir de la liberté, tandis que la misère de Corse a toujours été la faute de ceux qui ont tenté de l'asservir.

Il commence le texte principal en citant dans son intégralité la première tranche de son « Étude sur la Corse », publiée dans L'Aigle Corse trois ans plus tôt. En prose oratoire, il décrit l'attachement de la Corse à la révolution et la France républicaine comme l'aboutissement logique de la lutte immémoriale de l'île pour la liberté, et compare ce noble geste des « immortels constituants de 89 » avec les attitudes injustes et volontairement ignorantes de tant de fonctionnaires, administrateurs et journalistes en son temps. Le livre se poursuit par une longue réfutation de certaines déclarations négatives au sujet de la Corse, faites par l'avocat Vincent-Marie Farinole, que Borghetti considère comme « insultantes », et se termine par une critique sérieuse de la façon dont le gouvernement français a traité les Corses. Les affirmations « insultantes » qui avaient agacé Borghetti suffisamment pour l'inciter à écrire ce livre ont été faites par Farinole dans une lettre à Paschal Grousset, qui les a ensuite publiées, et la lettre en question n'était autre que la missive bien connue qui a incité Grousset à envoyer ses temoins au Prince Pierre-Napoléon Bonaparte, une action qui a entraîné la mort de Victor Noir et un scandale qui a gravement affaibli le gouvernement de l'oncle de Pierre-Napoléon, Napoléon III. Borghetti ne se préoccupe pas de tout cela, cependant, le livre ne traite que les parties de la lettre qui concernent la Corse.

Même si c'est loin d'être un chef-d'œuvre littéraire, La Corse et ses détracteurs illustre plus que suffisamment les compétences impressionnantes en écriture de Borghetti. Ses phrases fluides sont bien équilibrées et magnifiquement construites, et tapent généralement dans le mille en des termes on ne peut plus clairs. Vu comme un exercice en éloquence politique, ce livre est remarquable, d'autant plus que le français n'est pas la langue maternelle de Borghetti.

Le livre nous apprend beaucoup sur les idées politiques de son auteur à l'époque. Alors que pendant la plupart de sa vie, il voit la Corse comme appartenant logiquement et culturellement à l'Italie, et son avenir comme faisant partie d'une hypothétique "République fédérale d'Italie", en 1870 il écrit avec approbation du décret du 30 Novembre 1789 par laquelle l'Assemblée Nationale a déclaré la Corse comme une partie intégrante de la France. Il joue une partie difficile en soutenant la thèse qu'on peut être Corse et attaché à la France sans être pour autant bonapartiste et qu'en aucun cas ses compatriotes ne doivent être considérés comme responsables des "malheurs" que les Bonaparte ont pu engendrer.

Dans les dernières années du Second Empire, Napoléon III fait quelques tentatives de dernière minute assez réussies pour transformer son régime de plus en plus affaiblissant en une démocratie parlementaire. Quand il organise un référendum sur les réformes proposées, l'opinion dans le camp républicain est divisé sur la façon de réagir : les libéraux plus à droite qui se contentent des réformes proposées votent pour, tandis que les radicaux qui n'accepteront rien de moins qu'une République votent contre, et un groupe plus modéré s'abstient. Dans ce livre Borghetti montre clairement qu'il est un « Républicain modéré ». Les personnes contre lesquelles il fulmine si fortement dans ses pages appartiennent toutes au groupe des radicaux qui vont voter « non », dont beaucoup vont bientôt jouer un rôle dans la Commune de Paris. A en juger par ce livre, il est raisonnable de supposer que Borghetti n'a pas voté contre les réformes proposées. Son principal souci n'est ni avec les principes politiques abstraits, ni avec les partis politiques et les différentes étiquettes sous lesquelles on choisit de fonctionner, mais avec le bien-être pratique de son île bien-aimée. Mais en plus d'être un patriote corse et un républicain, Borghetti est aussi un chrétien, et l'un de ses principaux griefs contre Grousset, Farinole et le reste des républicains les plus radicaux, semble être leur manque de respect pour les sentiments religieux des Corses.

Borghetti n'a pas mâché ses mots et il n'a pas épargné ses adversaires politiques, mais il a dit exactement ce qu'il pensait sans trop se soucier des conséquences. Et il y eut des conséquences sans aucun doute, une décennie ou deux plus tard, lorsque certaines des personnes qu'il a critiquées si impitoyablement ici sont arrivées à des postes d'influence. La Corse et ses détracteurs est un parfait exemple de l'honnêteté et du style direct et peu diplomatique de Borghetti. C'est ce style qui a inspiré du respect à ses lecteurs, mais c'est également ce qui l'a rendu si impopulaire avec les autorités vers la fin de sa vie.

BB
Voici quelques extraits de La Corse et ses détracteurs. Vous pouvez lire ou télécharger le texte complet ici.
La Corse et ses détracteurs
    O terre du soleil, Dieu se plaisait à écrire sur ton front : Génie et malheur, et tu as toujours marché à travers les siècles avec ce cachet indélébile de ta mystérieuse origine.
    Tu étais destinée à être grande dans l’histoire ;
    Tu étais condamnée à etre malheureuse dans l’existence de tes enfants. (dédicace, p.5)
    Ta grandeur est celle qui appartient à l’héroïsme vertueux ;
    Tes misères sont celles dont souffrent les classes déshéritées,
    Tu as toujours été héroïque ;
    Tu as toujours été déshéritée.
    Subis donc sans fléchir ta double destinée, mais rappelle-toi, qu’il n’y a de véritable grandeur que dans la liberté, qu’il n’y a de misère plus grande que vivre dans l’esclavage.
    La liberté, c’est l’aigle planant à volonté dans l’espace infini ;
    L’esclavage, c’est le reptile rampant dans la fange des bas-fonds.
    Ce sont tes longues luttes pour la liberté qui t’ont fait grande ;
    Ce sont les entraves de l’esclavage qui t’ont fait misérable.
    Que tes regards soient toujours tournés vers les brillants sommets où siége la Liberté ;
    Que tes efforts soient toujours dirigés vers l’arène où se brisent les chaînes de l’esclavage. (dédicace, p. 6)
...
Depuis que la Corse, définitivement conquise par la France, fut déclarée partie intégrante de son territoire, on avait lieu de penser qu’il ne lui restait plus qu’à cicatriser, en toute tranquillité, ses vieilles plaies et a chercher les moyens d’améliorer ses conditions. Mais il n’en fût point ainsi. Après les blessures du sabre, celles de la plume ; après les ravages, la calomnie.
Nous avons compris les motifs de toutes les infamies débitées par les chroniqueurs Génois contre la Corse, pendant nos longues luttes avec la Sérénissime République ; car la revendication de nos droits était pour eux la rébellion contre leur gouvernement et l’affaiblissement de leur patrie. Mais nous n' avons jamais pu trouver une raison plausible à ce système de dénigrement adopté contre notre pays, par une foule d’écrivains Français qui ont cru devoir s'occuper de ses conditions.
Cette malveillance ne s’est pas manifestée seulement chez les écrivains sans mission ; ce qui est bien plus regrettable encore, c'est qu'on la trouve également chez des hommes venus en Corse revêtus d'un caractère officiel important. Cependent nous ne sachons pas que nos compatriotes du continent aient jamais eu à se plaindre des habitants de la Corse. (pp.11-12)
...
[...] on n’à qu’a jeter les yeux sur la plupart des imprimés qui s’occupent des affaires de la Corse, pour constater, à son égard, l’ignorance profonde de ceux qui les ont écrits. Qui donc a voulu se donner la peine de vérifier les faits ? Qui avait intérêt à le faire ? A beau mentir qui vient de loin, dit le proverbe, et les menteurs, crus sur parole, ont égaré l’opinion publique. Les fonctionnaires qui se sont faits les calomniateurs d’un pays qu’ils avaient pour mission d’améliorer, étaient plus à même d’en connaitre le caractère et les vertus, et de les apprécier à leur juste valeur ; les calculs intéressés et la voix de l’ambition ont dû étouffer le cri de leur conscience et ternir l’éclat de la vérité. (pp.12-13)
Contrairement aux fonctionnaires qui calomniaient le pays pour en sortir au plus tôt, il y avait ceux qui employaient les mêmes moyens pour y prolonger leur séjour. Aussitôt que la mer les avait déposés sur notre sol, ils considéraient la Corse comme un pachalik qu’il était bon d’exploiter à leur profit, et se mettaient immédiatement à travailler avec ardeur auprès de ceux qui les avaient envoyés, pour le faire mettre hors la loi et en obtenir le gouvernement avec des pouvoirs illimités. (pp.13-14)
Les Corses ont toujours aimé la France d’un amour passionné, même avant d’avoir été associés à ses hautes destinées. On n’osera pas contester cette assertion, car, au besoin, les faits seraient là pour en démontrer toute la véracité. Se sachant donc irréprochables envers elle, ils ont plein droit de se plaindre. Nous ne sommes pas ici pour récriminer et pour offenser qui que ce soit; mais nous ne pouvons pas nous empêcher de faire observer qu’en nous accusant de férocité, de barbarie, on a complètement oublié que lorsque toute l’Europe dormait d’un sommeil léthargique, sur ses lourdes chaînes, et que la France se traînait à genoux devant l’oreiller des débauches de Louis XV, la Corse, par des luttes de géants, avait conquis son indépendance et sa liberté. (p.14)
Il est impossible que l’on puisse s’imaginer combien la Corse est ignorée par l’universalité des habitants de la France. Les pays les moins explorés, les régions les plus lointaines ne sauraient l’être davantage. Et ce qu’il y a de plus étonnant, c’est que tout le monde en parle et tout le monde croit la connaître parfaitement. Chacun a dans la tête une Corse idéale enfantée par les rapports exagérés ou menteurs des fonctionnaires publics; par les récits fantastiques de quelques voyageurs plus soucieux de produire de l’effet sur l’imagination de leurs lecteurs, que de les éclairer sur l’histoire d’un pays qu’ils ne connaissent pas; par les boutades de quelques sombres touristes, qui n’ont cherché en Corse que quelques histoires de bandits et les grottes qu’ils ont habitées; par les contes de quelques romanciers, qui ont créé des aventures et des types d’hommes qui n’ont jamais existé; par la lecture de quelques procès de Cour d’assises, dans la Gazette des Tribunaux, ou par d’autres moyens qui n’ont rien de commun avec la Corse et ses habitants. Que l’on ne s’imagine pas que ce soit le peuple seulement qui nous ignore complètement: les hommes les plus éclairés et qui se sont trouvés en position d’en avoir une idée plus exacte, partagent, à notre égard, les mêmes préventions, les mêmes préjugés, la même ignorance. (pp.17-18)
Mais, nous dit-on, le crime impardonnable, qui vaut à la Corse tout ce débordement de haines, c’est que la Corse a enfanté les Bonaparte. Certes, nous n’avons pas pour mission de défendre les Bonaparte; c’est à la grande cohorte de ceux qu’ils paient qu’incombe cette tâche. Mais nous nous devons à notre pays, qui ne payant personne, ne doit attendre sa défense que des hommes de bonne volonté. [...] Et maintenant admettons, pour un instant, que les Bonaparte vous aient fait tout le mal dont vous vous plaignez, est-ce bien sérieusement que vous pouvez penser à en rendre la Corse responsable ? Est-ce la Corse, qui n’ayant plus revu Napoléon, depuis son âge de dix ans, lui a donné des armées à commander? Non, ce n’était pas la Corse, mais c’était la France. Est-ce la Corse qui, éblouie et reconnaissante de sa gloire, lui a posé la couronne impériale sur sa tête? Non, ce ne fut point la Corse, mais ce fut la France. Est-ce un Sénat de Corses, un Conseil d’État corse, un Corps législatif composé de Corses qui se traînaient à ses pieds, pendant les années de sa toute puissance? Non, ce n’étaient pas des Corses, mais c’étaient des Français. Est-ce la Corse qui a imposé Napoléon III à la France? Était-ce une Assemblée constituante corse qui lui permettait de quitter le lieu de son exil, pour rentrer en France? Non, c’était une Assemblée française. Sont-ce nos 40 000 électeurs qui lui ont donné 7 millions de suffrages pour la Présidence? Sont-ce des Corses, qui ont fait le coup d’État? Sont-ce des Corses, qui ont tué la République? Sont-ce des soldats corses, qui ont répandu le sang français, le 2 décembre? Non, tout cela a été accompli par des Français. Mais ce coup d’État a été entrepris à notre détriment comme au vôtre. Si vous avez perdu votre liberté, nous avons perdu également la nôtre. Si vous avez souffert de la tyrannie, nous en avons souffert plus que vous. [...] Mais, si par impossible, il arrivait en France un moment de vertige et de suprême folie, qui fit crier: « Plus de Corse! » nous saurions, n’en doutez pas, nous écrier, à notre tour: - « Plus de France! » (pp.21-23)
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Gian Paolo Borghetti est été cofondateur en décembre 1880, et secrétaire pour les quinze années suivantes, de la Société des Sciences historiques et naturelles de la Corse. Dans les années 1881 et 1882 la Société a publié les mémoires de l'Abbé Carlo Rostini avec une traduction française par son président l'Abbé Letteron, précedé par cette notice biographique écrit par Borghetti:
l'Abbé Rostini
    L’abbé Rostini (Charles), dont nous publions les mémoires historiques, naquit à Bastia vers l’année 1710.
    Son père était originaire du village de Vicinato de Rostino, et sa mère de celui de Carcheto d’Orezza.
    Ses parents destinèrent le jeune Rostini à la carrière ecclésiastique, et ils le firent partir pour Gênes, où il entra comme élève au collège Del Bene, dirigé par les jésuites.
    Il dut abandonner cet établissement sans y avoir achevé ses études, n’ayant pas la force d’endurer les outrages et les calomnies qu’on se plaisait journellement à diriger contre ses compatriotes. Il rentra dans sa ville natale.
    Après y avoir rétabli sa santé, profondément altérée par les atteintes morales subies au collège Del Bene, Rostini se rendit à Rome afin d’y compléter son éducation.
    Ce fut, en effet, dans cette ville qu’il fut ordonné prêtre et qu’il obtint le diplôme de Docteur en théologie et en droit canon. Il revint en Corse en 1737.
    Peu de temps après son retour, Rostini devint le précepteur du fils de Pierre Casale d’Olmeta. Il se trouvait très mal placé dans cette maison. Pierre Casale était l’homme-lige de la sérénissime République, et comme tel, il figurait sur le livre d’or de la noblesse Ligurienne. Aussi Rostini, dont le patriotisme était à toute épreuve, n’y resta que quelques mois. Au mois d’avril de cette même année de 1737, il s’embarqua pour Livourne afin d’y rejoindre les Corses qui s’y étaient réfugiés.
    C’est dans cette ville qu’il put se mettre en communication avec l’abbé Salvini, auteur de la Giustificazione, livre remarquable où étaient tracées en caractères de feu les revendications éclatantes de tous les droits des Corses, méconnus par le gouvernement tyrannique de l’oligarchie génoise.
    Salvini, dès ses premiers entretiens avec Rostini, sut apprécier son intelligence, sa finesse, son patriotisme et sa fermeté. Il le jugea digne de sa confiance, et n’hésita pas à lui confier deux missions importantes où de graves intérêts patriotiques étaient engagés.
    L’une de ces missions, fut celle d’introduire en Corse, Il Disinganno intorno alla guerra di Corsica, livre découvert par Curzio Tulliano, et imprimé à Cologne l`année
précédente.
    L’autre, et c’était la plus importante, consistait à remettre au chanoine Orticoni des instructions écrites destinées aux chefs principaux de nos luttes nationales.
    Bien que Rostini connût d’avance les dangers qui étaient inhérents à l’accomplissement de cette tâche, la pensée de ne pas l’accepter ne lui vint même pas à l’esprit.
    Afin de soustraire à la vigilance soupçonneuse des agents de la République les pages contenant les instructions qu’on lui avait confiées, Rostini eut soin de faire creuser un bâton et les y introduisit. Cette canne mystérieuse échappa en effet à la clairvoyance génoise, et par l’intermédiaire du P. Dionisio, gardien du couvent de Lucciana, elle parvint à son destinataire.
    Cependant, malgré toutes les précautions prises pour que rien ne transpiràt, le gouverneur Rivarola en fut informé. Il manda l’abbé Rostini dans son cabinet ; mais les promesses, les menaces, les séductions, dont le gouverneur se servit tour-à-tour, furent impuissantes à ébranler la conscience de l’envoyé de Salvini, et il en fut quitte pour la perte de son livre Il Disinganno, qui lui fut confisqué.
    Dès ce moment Rostini fut inscrit sur le livre des suspects, et considéré comme un homme qu’il était prudent de surveiller.
    La République de Gênes se sentant désormais impuissante à dompter ce qu’elle appelait les rebelles, implore l’aide du gouvernement de la France, qui, se prêtant à ses sollicitations, envoie en Corse le général Boissieux avec un effectif de trois mille hommes. Pignon de Fréjus, qui faisait partie de l’expédition en qualité d’intendant, arrivait dans notre île par la voie de Livourne. L’abbé Salvini, dont il était particulièrement connu, lui avait remis des lettres pour Rostini.
    Mis, par cette circonstance, en contact avec ce personnage important, Rostini se constitua en défenseur énergique de la cause nationale, et revendiqua chaleureusement pour les membres de notre clergé, le droit d’être appelés, eux aussi, a diriger les diocèses de la Corse, d’où ils étaient systématiquement exclus par les autorités génoises. Les représentants de la France reconnurent, malgré les protestations du gouverneur génois, que les revendications de Rostini étaient légitimes et fondées en droit. Ces faits ne firent qu’empirer de plus en plus la situation de notre abbé vis-à-vis des agents de la République.
    Le père Dionisio, accusé de lèse-majesté génoise, avait été arrêté, et le docteur Antoine Caraffa l’avait été également pour s’être refusé a déposer contre lui. Rostini dont l’arrestation était imminente, sortit nuitamment de l’église des jésuites, où il se tenait caché depuis plusieurs jours, et parvint à rejoindre Hyacinthe Paoli qui se trouvait à la Stretta di Rostino. De là il passa à Morosaglia où il ouvrit une école de philosophie.
    En 1739, Maillebois remplace Boissieux et fait sa première apparition dans le Nebbio.
    Les habitants de Lento, effrayés de cette apparition, font appel au patriotisme de l’abbé Rostini, qui s’empresse d’accourir sur ce qu’il croit étre le terrain de la lutte, à la tête de ses elèves. Mais pour le moment, ce ne fut de part et d’autre qu’une simple demonstration.
    Peu de jours après, le général français entre réellement en campagne, et après la rapidité de ses succès militaires la résistance devint impossible. Aussi Hyacinthe Paoli, Louis Giafferri et Rostini se soumirent. Mais ils étaient toujours sous le coup des persécutions implacables des agents de la République de Gênes.
    Rostini se rend à Corte, et réclame au marquis de Contades, colonel du régiment d’Auvergne, la protection du roi de France. Il fut bien accueilli de ce personnage et parvint sans peine à se concilier l’estime et la confiance des autorités françaises. Cette situation permit à l’abbe Rostini de se rendre utile à plusieurs de ses compatriotes, coupables aux yeux de leurs persécuteurs d’avoir pris les armes pour défendre leur pays contre ses oppresseurs. Mais cette bienveillance des autorités françaises pour notre abbé ne fit que surexciter de plus en plus la haine que les Génois nourissaient contre lui. Déjà le docteur Lorriani de Vallerustie avait été pendu, et le gouverneur Mari espérait que le tour de Rostini ne se ferait pas attendre. Par ses intrigues et ses calomnies, ce gouverneur parvint, en effet, à obtenir du général français un ordre d’arrestation contre Rostini.
    Mais convaincu de son innocence, le marquis de Contades intervint en sa faveur auprès de Maillebois et lui fit rendre justice.
    Un pays où le fonctionnement régulier des lois est suspendu et où l’existence individuelle elle-même est soumise au caprice des personnes, est un pays qui ne saurait plus convenir à un esprit libre et indépendant. Telle était devenue la Corse à cette époque. Aussi l’abbé Rostini résolut de s’en éloigner. Mais au moment de quitter cette terre qu’il aimait tant, il engage ses compatriotes à se tenir tranquilles jusqu’au départ des Français, dont le séjour dans notre île ne pouvait être indefini.
    Rostini se rend à Calvi, où le marquis de Villemur met à sa disposition la gondole chargée du service postal et portant pavillon français, afin qu’il put se rendre en toute sûreté à Livourne.
    Arrivé dans cette ville, le marquis Silva l’engage à partir pour Naples, en promettant de lui faire obtenir une pension. Rostini accepte, mais seulement pour informer Hyacinthe Paoli et Louis Giafferri qui s’y étaient déjà réfugiés, de l’etat déplorable dans lequel leur patrie commune était tombée.
    Ce fut certes, pour lui, un moment de profonde émotion et d’orgueil national, lorsqu’il se trouva dans cette capitale du royaume des Deux-Siciles au milieu de ces vaillants patriotes, dont le nom glorieux ne sera jamais effacé de nos annales, ni oublié dans les traditions populaires de notre île.
    C’étaient, en effet, les Paoli, les Giafferri, le chanoine Orticoni, l’abbé Salvini, Jean-Jacques Ambrosi, dit Castineta, avec plusieurs autres Corses, tous témoins vivants de notre héroïsme insulaire et débris inconsolés de nos glorieuses défaites.
    Dans sa qualité de prêtre et de docteur romain, Rostini s’imagina que Rome était pour lui un terrain beaucoup plus favorable que celui de Naples pour y trouver une
position convenable. Il quitte donc cette ville pour Rome, mais rien n’indique que ses espérances se soient réalisées.
    Nous trouvons, au contraire, qu’en 1742, Rostini est incorporé dans le régiment royal corse en qualité d’aumônier. Avant de rejoindre son corps qui résidait à Dunkerque, il sentit le besoin de revoir son pays, ses parents et ses amis. Aussitôt débarqué à Bastia, le gouverneur Spinola le fait incarcérer. Mais après avoir acquis la preuve certaine qu’il était au service de la France, il dut le rendre à la liberté.
    Dans cette même année de 1742, Rostini fit sous Dunkerque la campagne d’observation qui dura deux ans. De 1744 à 1748, il fit toutes celles de Flandre. Il assista aux sièges de Jurne, de Tournay, d’Oudenarde, d’Ath, de Bourg-oy-Ivon. Il fut à la bataille de Fontenoy et à celle de Recoux, et, en avril de l’année 1748, il se trouva au siège de Maëstricht, qui fut le dernier fait d’armes de cette campagne.
    Le traité de paix d’Aix-la-Chapelle, qui fut la conséquence de cette guerre, fut signé le 30 avril de cette même année 1748. Le royal-corse, organisé en 1739, fut fondu dans le royal-italien en 1762. Malgré cette fusion Rostini conserva son poste d’aumônier.
    En 1755, étant en garnison à la Rochelle, Rostini traduisit en langue italienne le texte latin de l’histoire de Corse de Pietro Cirneo. Le manuscrit de cette traduction se trouve à la bibliotheque de Bastia.
    Sans entrer dans les faits historiques de la dernière guerre de l’indépendance corse, sans nous étendre sur le gouvernement national de notre grand Paoli, dont les sages et libérales institutions furent de nature à exciter l’admiration du monde, nous ne pouvons omettre le rôle que Rostini fut appelé à y jouer.
    Il fut le consciencieux et habile trésorier-payeur-général de Paoli. Pommereuil dans son histoire de l’île de Corse, affirme que Rostini était l’homme de son pays, le plus entendu dans les questions de finance.
    Lorsque Boswell vint en Corse pour assister aux faits de cette guerre, à jamais mémorable, Paoli le recommanda aux soins de son trésorier. J’eus à me louer, dit ce généreux anglais dans sa Relation de l’Isle de Corse, de l’abbé Rostini, homme de lettres et très recommandable pour la bonté de son cœur.
    La conquête qui devait avoir pour résultat de fixer à jamais les destinées de la Corse et d’ouvrir de plus vastes horizons à son essor, fit de Rostini un chanoine à Cervione.
    Après une existence si aventureuse et si agitée, il pouvait espérer qu’il trouverait, dans cette nouvelle situation, la paix, le calme et la tranquillité pour le reste de ses jours. Vain espoir! Rostini mourut assassiné.
    Ce monstrueux attentat, dont les causes comme les auteurs sont restés inconnus, fut commis à Prunete, territoire de Cervione, dans le mois de février de l’année 1773.
    Rostini était agé de 63 ans environ. Outre les mémoires historiques que nous publions et la traduction de Pietro Cirneo, dont nous avons parlé, l’abbé Rostini a laissé deux volumes manuscrits de notes, devant servir à l’histoire de la Corse.
    Nous avons la certitude que ce travail n’est pas perdu, et nous comptons sur le patriotisme de ceux qui le possèdent pour qu’il soit communiqué à notre Société. (1)


G.-P. BORGHETTI.


Bastia, janvier 1881.

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    (1) Cette notice biographique a été rédigée sur des notes et des documents qui nous ont été gracieusement communiqués par M. le baron Cervoni.
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